giovedì 10 ottobre 2013

Dare la vita


allora, io penso
sono sul mare, schiacciata in mezzo a uomini e donne e bambini, non c'è posto nemmeno per respirare, il bambino dentro di me ha fretta, fretta di vedere questo mondo che crede bello e colorato. le doglie mi prendono, occhi e mani mi guardano e forse gesti mi aiutano. sopra, sul ponte, c'è odore di fumo che si mescola ad altri odori intensi, di fatica e disperazione. la barca ondeggia sempre più forte e il mio bambino arriva, con un dolore come le onde. non faccio in tempo nemmeno a prenderlo in braccio che il barcone affonda col suo carico di urla. dare la vita e perdere le vite

mercoledì 7 agosto 2013

È stato un lampo nocciola

È stato un lampo nocciola.
E' partito dai tuoi occhi o forse da uno solo, bagnati dal mare, ha attraversato i miei, é rimbalzato sul cuore e ha preso la direzione dello stomaco. Volevo si fermasse, che il tragitto era stato lungo, invece è sceso in verticale . Lì ho capito che avrei avuto nostalgia di te per il resto dei giorni.

martedì 28 maggio 2013


Prenotare e stare in fila




Disneyland, Paris. 
Le parole d’ordine sono fondamentali: P R E N O T A R E  e  S T A R E  I N  F I L A .
Si prenota tutto ed è la prima cosa di cui mi avvisano appena arrivo, dopo aver prenotato il volo e l’albergo. Può sembrare ovvia la prenotazione di un tavolo per la cena. Lo si fa anche nella propria città. All’affollato banco „Reservation„ mi chiedono con voce flautata per che ora desidero prenotare la prima colazione. Dalle sette ogni mezz’ora un turno. Considerato che vado in vacanza senza sveglia, inizio a indentificarmi con i forzati. La mattina seguente assisto al turno seguente, che divora il buffet come un'ondata di locuste africane. La differenza è nelle briciole rimaste. Le locuste non avrebbero avuto pietà. I turisti sono minimamente educati.
L’albergo è dotato di una bellissima piscina, ogni comfort, scivolo e idromassaggi, ma per che ora voglio prenotare? Mi perdo in calcoli sulla stanchezza delle masse.
Nonostante la prenotazione mi ritrovo in fila. Più corta di quella di coloro che non hanno prenotato, ma sempre e comunque in fila. Sono talmente abituati ed organizzati a gestire code che, con appositi cartelli, molto gentilmente, danno i tempi di attesa: „Da questo punto 30 minuti di attesa“. O 60 o 15 o 90. Così uno sa come passare il tempo. Posso, tenendo stretto il posto, ammirare il paesaggio, indovinare la nazionalità delle persone dall’abbigliamento o cercare di decifrare le scritte della T-shirt del metro e novanta norvegese davanti a me. Imparare le lingue è sempre un vantaggio. Posso imparare il nome di una carrozzeria di Trondheim o una parolaccia. Fa sempre parte del bagaglio culturale. Le attrazioni durano in media quaranta secondi. Sono attimi che lasciano meravigliose code nella memoria.

venerdì 24 maggio 2013

Disneyland, Paris 1997



Una signora bionda e molto grassa si accomoda con la sua famiglia al tavolo accanto al nostro. Una coppia con due bambini. Dal mio posto riesco a vedere l’uomo, anonimo, un po' in carne e molto stempiato. Una camicia a quadri è tutto il colore che ha. La bambina alla sua destra è piccola, forse ha tre anni, è carina e abbronzata. La signora e l’altro figlio mi voltano le spalle. Noto il colore diverso dei capelli, della pelle ma l’assoluta somiglianza della struttura fisica. Osservo che, nonostante queste diversità di colori, si vede proprio che sono madre e figlio. Arriva un cameriere ed il bambino si gira verso di lui. Ha caratteristiche somatiche di un’altra etnia.
Cosa può fare una perfetta adozione alimentare. 

giovedì 9 maggio 2013

Herat, 1973



Il dottor Rashid ha i capelli neri e un dritto naso indoeuropeo. Si da da fare come può in questo ospedale cadente e poverissimo. Sui pavimenti delle stanze vi sono tappeti che non hanno più memoria dei colori originali e che da secoli nessuno pulisce. Il suo paziente europeo è abbastanza mal ridotto. Un piede con le ossa spezzettate, un gesso messo a occhio da un compagno di viaggio e molto dolore. In ospedale non vi sono medicine, chi ne ha bisogno deve andare pazientemente a cercarle nelle farmacie sguarnite della città. Il dottor Rashid si occupa personalmente della ricerca e torna con alcune fiale di morfina. A sera, per far riposare il suo paziente gli inietta mezza fiala; con aria sconsolata guarda quel ben di Dio, si inietta l’altra metà e resta a parlare con lui tutta la notte.


lunedì 8 aprile 2013

Profumo di torta


Anni '60

Buono, profumo di torta. E' domenica.
Il profumo è rimasto nei ricordi. Legato, come un matrimonio religioso, ad un giorno della settimana. E solo a quello. È l'odore di casa, la prima grande casa.
In tempi migliori mescolato, agrodolce, al profumo del pollo arrosto. Solo la domenica. Con il boom economico, praticamente ogni domenica. La conquista del sospirato pollo. Il naso gioisce e le papille si sciolgono. Il gatto gioca con una zampa del pennuto, lanciandola in aria.
Seguo la disordinata crescita dell’amata, dal vetro giallastro del forno. Attesa.
Ma quanto ci mette a cuocere e quanto a raffreddarsi?
Prima la pasta, poi il pollo e le patate e l’insalata. La radio accesa e le chiacchiere. Mio padre vuole sentire il notiziario e non ci riesce. Attesa.
E la torta sempre li a guardarmi.
E' ora, il primo boccone mi fa venire il singhiozzo. Troppa fretta. Le papille soddisfatte ringraziano riconoscenti.
Finalmente domenica.
Ancora oggi potrebbero torturarmi con una torta davanti al naso.

domenica 24 marzo 2013

Alice o l'aspirapolvere - Donne sostituibili


ALICE
o
L'ASPIRAPOLVERE


Alice aveva voluto quanto Michael quella piccola, romantica casetta in montagna. Con amici e parenti aveva accampato le più varie motivazioni, infervorandosi con passione e trasporto. L’aria buona per i bambini, la pace, il silenzio, la montagna senza la schiavitù della macchina e altro ancora che, con grande fantasia, si inventava al momento. Un giorno era riuscita anche a dare una spiegazione pseudo- psicanalitica, meravigliandosi da sola. Gli altri la guardavano rapiti. Almeno all’inizio. Pensavano: “Accidenti che fortuna trovare un posto così!”. Solo un loro amico, per la verità non senza interesse, in quanto proprietario di un bell’albergo proprio nel paesino prescelto, disse che con i soldi spesi avrebbero potuto andare in vacanza in albergo, per un bel numero di anni. Da lui, era sottinteso.
Insieme avevano dedicato ogni momento alla sistemazione della casa. Prima mesi di cantiere e poi pulizie e ancora pulizie. Durante la settimana gli artigiani lavoravano e nel fine settimana Alice e Michael pulivano e rimettevano in ordine. La casa fu pronta velocemente e abitata ogni sabato e domenica. Durante le vacanze di Natale, quelle di Pasqua, a carnevale, ai Santi, durante le vacanze estive, meno tre settimane di mare a cui Alice non rinunciava. Trascorrevano ogni giorno libero nella casa in montagna.
L’appartamento in città era relegato ai giorni feriali. Trascorrervi un weekend era quasi una punizione. Alice sbrigava le cose di ogni giorno, meno uscire per la spesa e la domenica sera si sentiva frustrata ed insoddisfatta. Michael girava come un leone in gabbia, rompendo le scatole a tutti. Voleva dedicarsi a lavoretti tralasciati da tempo, ma doveva arrendersi all’evidenza dei fatti. Il trapano era nell’altra casa e anche la maggior parte degli attrezzi che avrebbe dovuto usare. Ogni tanto Michael metteva il naso fuori dalla finestra e incominciava una litania senza fine: “Guarda che aria sporca e senti che puzza. Guarda un po' se dobbiamo respirare questa schifezza. Non capisco perché la gente deve andare in giro con la tuta da ginnastica. La città mi fa venire i nervi. Qui non mi riposo. Non c’è niente da fare. Le montagne sono troppo lontane e poi quelle non sono nemmeno montagne... bla, bla, bla”. Una giornata snervante.
I loro figli avevano un atteggiamento differente. Il più grande, in età da ragazzine e hamburger, discuteva sul suo diritto di partecipare ai party organizzati dagli amici. Sempre di sabato, dal  pomeriggio alla sera. Più cresceva e più l’orario si allungava. Era una bella battaglia. Alice era rimasta molte volte in cittá aspettando il figlio festaiolo, per poi raggiungere l’altro pezzo di famiglia, partito subito dopo pranzo. Andava a prenderlo, puntuale e giá si sentiva la madre che rompe. Trovava suo figlio Robert stravolto, scamiciato, sudato e con i segni della Coca Cola sulla bocca, come i baffi di Aramis. Alice pensava alla preoccupazione nel giorno in cui avrebbe trovato un altro tipo di tracce. Robert saliva in macchina e per dieci minuti raccontava, senza prendere fiato, tutte le battute e gli avvenimenti significativi della festa, poi crollava per svegliarsi novanta chilometri dopo e ricadere nel sonno sotto il piumino.
Sophie era come suo padre, aspettava con ansia il sabato. La ragione principale era che lassú c’erano i suoi adorati animali: cani, gatti, cavalli, conigli, papere, mucche e anche jak. Per lei il genere umano poteva anche sprofondare, ma ... salvate gli animali! Per Sophie l’unico uomo meritevole di ricevere il premio Nobel era Noè. Recupereremo mai il torto fattogli?    
Domenica mattina, dopo una lauta e viziata colazione, Alice si metteva all’opera. Tirava fuori il vecchio aspirapolvere. Era così vecchio che la ditta aveva cessato la produzione dei sacchetti di carta. Alice per infinite volte l‘aveva svuotato aiutandosi con l’uncinetto, riempiendosi il naso di polvere e recuperando una trentina di pezzi di Lego, qualche elastico, una noce e cinquanta lire. Si chiedeva spesso se ve ne fossero ancora in giro di funzionanti o se il suo era l‘ultimo sopravvissuto. Comunque andava ancora. Beh, rantolava, più che altro. Ad Alice venivano da gonfiare le guance per aiutarlo, in un impeto di solidarietà. Quando Michael passava vicino, lei ad alta voce diceva “non tira! “oppure non va!”. Michael tirava dritto, indaffarato, tuttalpiù lanciava un distratto “hai cambiato il sacchetto?”
“Accidenti, quale sacchetto?” urlava Alice, proseguendo con “dovremmo comprarne un’altro!”
“In questa casa c’è sì un sacco, ma di polvere!”
Michael si girava a guardarla, faceva una bella fatica con quell’accidenti di aspirapolvere intasato e rantolante. Avrebbe dovuto proprio comprarne un altro. Poi si ricomponeva: “Non sia mai che dia ragione alla bieca logica del consumo. Il motore funziona bene. Mica ne compro un altro per accontentare una multinazionale! ”

Alice entrava in cucina a prendere la scopa.